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Ama Dablam racconto Davoli - Ottobre 2014

Un sogno, un sogno immenso che si realizza.

Arrivare così in alto, da respirare quell'aria sottile che solo in pochi hanno il privilegio di annusare.

Arrivare cosi in alto, da provare una sensazione di pienezza che solo la montagna ti può regalare.

Arrivare cosi in alto, da essere fiero di te stesso, da essere consapevole di aver raggiunto un obiettivo che sembrava destinato solo agli eroi.

Ma da dove parte un viaggio cosi?

Beh personalmente credo ponga le sue radici nelle prime passeggiate che iniziai a fare con i genitori da piccolino sulle Dolomiti di Brenta,poi si cresce, cresce la passione e crescono le difficoltà delle mete da raggiungere,portandomi a macinare quei pensieri che trasportano nel paradiso dei ghiacci e dei miti della montagna, in quel mondo chiamato Himalaya.

Tutto questo accade nel 2012, quando l'idea di volare per metà del globo per portarmi in Nepal prende pienezza. Cerco in internet, paragonando tra di loro le agenzie viaggi che propongono una spedizione che possa fare al mio caso, cioe' di grande interesse paesaggistico, ma che non comporti esperienza estrema. Tra tutte Viaggia con Carlo è quella che propone il pacchetto migliore, per cui senza pensarci due volte scrivo una mail per informazioni. Da qui parte ufficialmente il mio primo viaggio in Nepal, alla volta del Mera Peak.

E' un viaggio a 360 gradi, una di quelle esperienze che devi vivere sulla tua pelle per capire fino in fondo cosa vuol dire essere a contatto con persone splendide, in una cornice di vette bianche che ti lasciano senza fiato. Ma non senza la voglia di ripartire...

Per questo, a distanza di soli pochi mesi, contatto Damiano, un ragazzo conosciuto durante questo viaggio appena concluso, per parlargli di quello che potrebbe essere un progetto da percorrere insieme. Sapevo che saremmo stati in sintonia, ed è per questo che i nostri sogni trovarono in ogni aspetto punti in comune.

Credemmo che 3 fosse il numero perfetto, per questo motivo invitammo Daniele, amico e compaesano svizzero di Damiano.

A tavolino iniziammo ad organizzare ogni singolo dettaglio, ma prima di tutto dovevamo scegliere la meta...L'ambizione era alta, per questo volevamo portare più in alto possibile l'asticella della difficoltà e della fierezza personale. Valutato il tempo che avevamo a disposizione e i soldi che avremmo dovuto investire, è nato un solo nome: Ama Dablam.

Credo che non ci fosse sfuggito ne un libro ne un filmato che trattasse di questa Montagna. Trascorrevano i giorni, aumentava l'allenamento e la tensione. Curammo ogni cosa, dall'alimentazione alla preparazione, dai piccoli sponsor al materiale,e, senza che ce ne accorgessimo in un attimo fu il 10 ottobre 2014.

Trovati a Malpensa il nostro viaggio si poteva dire realmente iniziato. Era giunto il tempo di mettere in atto tutto il programma che fin ora ci eravamo solo immaginati. Ma qui tornò fuori, anche questa volta, l'abilità di Carlo e di tutto il suo team nel farci trovare tutto al suo posto. Qualsiasi cosa era studiata in modo perfetto, cosi come la scelta della guida: ci “assegnò” Pasang Sherpa, una specie di dio in terra. Persona squisita, dalle abilità tecniche e logistiche impressionanti.

Fu lui che, passo dopo passo, ci portò dapprima a percorrere la valle del Kumbu, attraversando piccoli villaggi dal sapore di antico, poi man mano a salire di quota. Ci acclimatammo su una cima di 5000m, poi continuammo il viaggio addentrandoci sempre di più, fino a raggiungere il campo base dell'Island Peak 6280m.

Già a questo punto eravamo felicissimi di tutto ciò che avevamo compiuto. La fatica era già stata abbastanza, ma la soddisfazione ancora di più... Da lassù vedevamo l'Ama Dablam come fosse a pochi metri da noi, accerchiato da tutti gli altri picchi più o meno alti.

Ma eravamo andati fin la per qualcosa in più. Non potevamo fermarci a quel punto. Per cui, scesi dall'Island Peak, ci mettemmo in marcia verso il campo base che ci avrebbe ospitato per i giorni a venire. O raggiungemmo con 2 giorni di cammino, e, una volta arrivati, ci si parò davanti una bellissima cartolina che non mi sarei mai aspettato: un enorme pianoro completamente colorato dalla infinite tende che ne davano l'aspetta di un piccolo luogo di villeggiatura. La gente era tutta felice e carica per l'impresa che avrebbe affrontato al momento opportuno. L'allegria che circolava nelle tende, accompagnata dai profumi che i vari cuochi facevano uscire dalle tende cucine, le musiche e le chiacchere della gente, trasmetteva serenità.

Trovato l'accordo con gli altri gruppi, stabilimmo quando doveva essere il nostro turno per la salita, per cui, la mattina di domenica 26 ottobre ci mettemmo in marcia, con gli zaini stracarichi alla volta del campo 1.

Personalmente fu uno dei giorni più complicati. Nonostante il passo non fu dei più sostenuti, raggiungere il campo fu davvero arduo, e le energie che dovetti impiegare per farlo mi misero ko. Nel tardo pomeriggio, ora di cena, capii che l'appetito mancava completamente, al contrario del mal di testa e della spossatezza. In questo stato fisico la guida mi consigliò di non proseguire l'indomani con loro, ma di riposare, per poi raggiungere il gruppo il giorno successivo. E cosi fù. Nella giornata di “riposo” ripresi fame e forza fisica, e ne approfittai per chiamare a casa, sia mia mamma che la mia compagna. Misi in luce le mie paure di non farcela, ma le loro parole mi diedero conforto e fiducia. Cosi la mattina seguente, assieme alle 2 aiuto-guide proseguimmo verso il nido d'aquila, il bellissimo e aereo campo 2.

Si trova aggrappato in un punto in cui la cresta si fa leggermente più larga, tanto da ospitare circa 7 tende. Al mio arrivo trovai Daniele in tenda, affranto dal fatto che, nonostante la notte prima fosse partito anche lui con Damiano e la guida per affrontare la cima, si è dovuto fermare per problemi fisici. Lo esorto a riprovarci con me il giorno seguente, ma la fatica del primo tentativo fallito lo ha tramortito. Poco dopo vediamo calarsi in doppia Damiano. Vederlo scendere da quella parete verticale, considerando che l'avrei dovuta affrontare anch'io da li a poche ora mi congelò il sangue. Era davvero impressionante vedere la vastità della parete, nonché dell'intera montagna e la sua ripidità. Mi sembrò di aver visto un'altra montagna fino a quel momento!

Nonostante tutto, salutati i miei compagni che iniziarono la discesa, ci preparammo la cena e organizzammo lo zaino per l'assalto alla vetta. Alle ore 23.00 suonò la sveglia. Al contrario delle aspettative riuscii a prendere sonno quella notte, per cui al risveglio mi sentì riposato e pronto per partire. Sono le 00:20 quando chiudemmo la zip della tende per muovere il primo passo versa la meta. L'aria era abbastanza fresca, ma non insostenibile. I primi passi sono incerti, il fisico è ancora timido nei confronti di ghiaccio e roccia su cui i ramponi iniziano a far presa. Seguendo le corde fisse come linea guida e aiuto nelle zone più verticali ed esposte, si sale pian piano di quota. Lungo la via troviamo altre cordate che viaggiano verso il loro sogno. Con qualche pausa guadagniamo metri, arrivando al tratto più impegnativo, quella parete di ghiaccio verticale, duro marmoreo, che affianca il grosso seracco sotto la cima (la “collana” della Dea Madre). Il passaggio richiede tempo e fatica, e superato ho bisogno di una sosta. Pasang, la guida, mi fa notare che siamo arrivati al “sasso”. Durante i breafing ci indicò che, nel momento in cui fossimo arrivati a quel punto, la vetta ormai si poteva dire vicina, in quanto le fatiche più grandi erano state superate. In virtù di quelle parole il mio fisico e la mente si trasformarono, portandomi cosi a compiere tutte le manovre in maniera più fluida e veloce. Non so quanto tempo passò, di certo un sacco di pensieri in quel momento mi passarono per la mente. Le fatiche, gli sforzi fatti, le rinunce, gli allenamenti, le parole della mia famiglia... tutto ciò che da due anni avevo sognato si stava materializzando. Alzando la testa vidi un raggio di sole: capii che ormai la cima era sopra di noi. Tirai fuori la macchina fotografica chiedendo alla guida di filmare i miei ultimi passi. L'espressione che ne venne fuori fu quella di totale sbalordimento... Ero arrivato in cima al mio sogno, intorno a me le cime più belle della terra. Everest, Lhotse e innumerevoli altri bianchi pinnacoli ci circondavano.

Lacrime di gioia e foto furono le uniche cose che riuscii a fare lassù. Ma non c'era tempo per rimane li, per cui ebbe inizio la lunga discesa. Dapprima l'intenzione era quella di fermarci al campo 1, ma arrivati a quel punto, dopo quasi 13 ore di fatica, decidemmo di scendere direttamente al campo base per riposare meglio. Con lo splendido aiuto e sostegno delle altre guide e del cuoco che ci vennero incontro per prenderci lo zaino e sostenerci mentalmente nell'ultima parte della discesa, arriviamo dopo 21 ore dalla partenze al campo base.

Avevano preparato per noi una ricchissima cena che non mancai di sbaffarmi via.

I giorni seguenti ci videro smontare il campo e scendere nei villaggi lungo la valle, arrivando cosi nuovamente a Lukla, dove ci attendeva il piccolo aereo per riportarci nella capitale.

Un altro viaggio unico. Un altro viaggio ricco di soddisfazioni, emozioni e regali.

Perchè vivere a fianco di quelle persone così uniche, capaci di darti tutto ciò che hanno, se non di più, per farti star bene è davvero un regalo.

Ora non resta che tornare a sognare, perchè il Nepal, con i suoi colori, odori e personaggi, resta una calamita dalla quale difficilmente di puoi staccare.

Un ringraziamento speciale va, nuovamente, all'agenzia Viaggia con Carlo, la quale è riuscita a metterci al nostro fianco le persone migliori affinchè l'esperienza andasse a buon fine nonché per farci sempre star bene, in ogni momento.

Grazie alle guide, Pasang, Nurbu e Raju, disponibili in ogni momento ad assecondare le nostre richieste, e a tutti i ragazzi che hanno lavorato con e per noi.

Al prossimo sogno

Federico

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